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Navid
Azimi Sajadi, nato a Teheran (Iran) nel 1982, ha
svolto gli studi nella sua città natale
diplomandosi al Centro Arte Rappresentativi
Tajasomi e conseguendo successivamente la laurea
alla facoltà di pittura dell’Università
D’Arte e Architettura A.Z.A.D.
L’artista
tende a creare nelle sue opere un’atmosfera
sospesa nel tempo e nello spazio, come in un
limbo, dove ogni elemento è alleato ed unito ad
un altro. Si crea quindi una forma visiva priva
di narrazione e significato che lascia libertà
di interpretazione al fruitore.
I
disegni sagomati, con le linee esterne chiare,
creano una confine tra lo spazio interno ed
esterno del soggetto mostrando gli elementi in
una forma che cambia il significato iniziale.
I
talismani, che nello spazio interiore sono
intesi in un’accezione negativa, rompono
l’atmosfera e rendono attivo questo ambiente e
creano un movimento che dall’interno attiva un
dialogo con l’esterno rendendo l’immagine
come un elemento pulsante e magnetico. Dunque un
mondo magnetico che riunisce elementi
contraddittori che convertono la morte nella
vita e la vita nella morte.
La
critica d’arte Francesca Pietracci scrive che
le opere dell’artista, giocate sui concetti di
presenza / assenza di vita / morte di
ordine naturale / disordine magico, hanno il
potere di evocare un rito, un luogo di alterità.
Il
lavoro del pittore iraniano, infatti, si fonda
sulla connessione di elementi e di simboli che
scaturiscono dalla confluenza di culture e
tradizioni mediorientali. Quello che lui mette
in atto è un probabile paradigma di flussi
culturali, di migrazioni umane e, in definitiva,
della circolazione costante del pensiero nei
luoghi e nei tempi delle grandi civiltà antiche
in terre di confine tra Asia ed Europa. Si
tratta quindi di confluenze raccontate e messe
in scena attraverso un linguaggio semplice, ma
anche criptico, un linguaggio contemporaneo
legato sì alla sapienza del disegno e della
pittura, ma naturalmente predisposto al mezzo
espressivo del grafito e delle tags.
Vive
e lavora a Roma
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